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M.Z., A.P., M.E.

I primi due sono stati riconosciuti colpevoli di legami con un’organizzazione monarchica e il terzo con i Mujaheddin del Popolo.
Sono i dimostranti iraniani condannati a morte per le manifestazioni avvenute a seguito delle elezioni che hanno visto la riconferma di Ahmadinejad.

Indipendentemente dalle posizioni politiche non si può che essere contro all’uso della pena di morte, soprattutto quando in ballo c’è il diritto di manifestare il proprio dissenso contro un regime teocratico.
Chissà cosa ne pensa il nuovo premio Nobel per la pace, presidente di uno stato in cui la pena di morte non è stata ancora abolita.

Out of many, we are one

Non so quanto il nuovo presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, potrà cambiare il mondo.
Di certo viene dalla strada, ha lottato con i denti per arrivare lì, in quel posto dove la strada sembrava già spianata per l’ennesima puntata di una dinastia come quella dei Clinton. Oppure per un nuovo capitolo dell’oscura storia repubblicana, che forse ci avrebbe portato alla terza guerra mondiale (ve lo ricordate l’Iran?).
Spero che riesca a fare quanto ha detto, anche se dovrà lottare prima di tutto contro quelli della sua parte politica. Sarebbe una buona cosa per l’influenza che potrebbe avere su tutto il resto del mondo.

Piccolo parallelo con l’Italia: Barack Obama è giovane, afroamericano, non era certamente ricco o rappresentante di qualche grande azienda, è, per quel che ne sappiamo, una persona onesta; noi abbiamo un presidente vecchio, uno degli uomini più ricchi e potenti d’Italia, a capo di un impero mediatico ed economico, con conflitti d’interesse in svariati campi dell’economia, giudicato per diversi reati (per diversi di questi è stato prosciolto solo per decorrenza dei termini, da una sua legge accorciati), si circonda di uomini processati per collusioni con la mafia.

C’è da essere felici per questo evento, per quello che potenzialmente potrà fare e per le ricadute che queste azioni avranno, ma in Italia non c’è una reale possibilità per un cittadino qualunque di arrivare dove è arrivato Obama.
Non c’è attualmente nessun rappresentante dell’opposizione che sia in grado di suscitare la speranza di poter ribaltare questa situazione.
Lo dico a malincuore, soprattutto in un momento in cui i partiti comunisti in Italia sono al loro minimo storico. Non sono stati in grado (non siamo stati in grado) di controbattere alle offensive delle destre, non siamo stati in grado di parlare del comunismo e di come oggi quei principi su cui si basa sono indispensabili.

“reaffirm that fundamental truth—that out of many, we are one”

ha detto Obama nel suo primo discorso dopo il risultato elettorale.
Ho apprezzato quelle parole. La moltitudine. Obama non è comunista, ma sono quei principi ad essere importanti.
Unità, una parola che significa non lasciare indietro nessuno, ma non sto a menarvela sul capitalismo.
Diversamente da molti miei compagni io potrei lasciarmi alle spalle simboli come falce e martello, definizioni come comunismo, ma solo se questo servisse a far capire alle persone che comunque è di una svolta radicale quello di cui abbiamo bisogno.
Non si tratterebbe di buttare la propria storia, ma di renderla attuale. Sia chiaro, non come dice il Partito Democratico, nè come professa attualmente la sinistra arcobaleno, se ancora esiste.

Questa svolta non la porterà Obama, certo cambieranno molte cose (sempre che non lo facciano fuori), ma almeno di riflesso possiamo sperare di poter cambiare il paese attualmente più conservatore d’Europa.