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Il sistema operativo di Google: per molti ma non per tutti

Con Google che annuncia il lancio del proprio sistema operativo, il Google Chrome OS, cosa dobbiamo aspettarci nel prossimo futuro?

Si tratterà di un sistema operativo basato su Linux e di un sistema a finestre in cui il punto nevralgico sarà il browser, dove ormai ruota buona parte del tempo che le persone passano davanti ad un computer.

Così recita la filosofia dietro a questo progetto:

People want to get to their email instantly, without wasting time waiting for their computers to boot and browsers to start up. They want their computers to always run as fast as when they first bought them. They want their data to be accessible to them wherever they are and not have to worry about losing their computer or forgetting to back up files. Even more importantly, they don’t want to spend hours configuring their computers to work with every new piece of hardware, or have to worry about constant software updates.

Questo il messaggio, che molti, soprattutto gli utenti Windows, troveranno condivisibile.
Cosa significa però accentrare il sistema operativo sul browser? Parliamo chiaro. Non è una soluzione per tutti.

Esiste tutto un mondo di persone che con i computer realizza lavori che non potranno mai girare all’interno di un browser, se non rendendo i browser qualcosa di profondamente diverso da quello che oggi sono in grado di fare: fotoritocco, montaggio video, registrazione audio, modellazione tridimensionale, e non ultimi i videogiochi che sfruttano le enormi potenzialità delle schede grafiche.
Tutti questi ambienti, per uso amatoriale o professionale, saranno sempre basati su un sistema operativo in grado di installare software di vari produttori per adempiere alle varie esigenze.

Esiste poi il mondo degli utilizzatori di sistemi Linux e open source in genere, che vanno da chi vuole avere il totale controllo del proprio computer, da chi fa una scelta diciamo “ideologica”, fino a chi semplicemente vuole usare una alternativa, anche economica, a Windows. A questo aggiungo anche gli utenti Apple, che compiono anch’essi una scelta precisa.

I netbook hanno proposto una soluzione per molti di quegli utenti che da un computer pretende di poter accedere alla rete e poco altro, visto che sulla rete oggi è possibile fare molte cose, dalla gestione dei documenti alla manipolazione delle fotografie, spostando “on the cloud” quello che prima stava sui nostri hard disk o su pile di cd e dvd.
E’ un ritorno alla logica del terminale, dopo anni di rincorsa a computer sempre più potenti che poi gli utenti sfruttavano in minima parte o che i sistemi operativi sovraccaricavano di inutili pesi.

Google punta infatti a questa tipologia di utilizzatori: quelli che vogliono potersi collegare ad internet premendo un pulsante, aspettando il meno possibile (più o meno paragonabile al tempo di avvio di uno smartphone), senza troppe complicazioni per configurare programmi e periferiche.
Avrei dei dubbi sulle possibilità di realizzare l’ultima parte in tempi brevi (il rapporto tra sistemi operativi e periferiche è da sempre il più complesso) ma non sottovalutiamo la potenza di fuoco che può mettere in campo Google di fronte al suo nemico numero uno, Microsoft.

A molti queste parole suoneranno come ovvietà ma dopo anni passati a parlare di rumors di un possibile sistema operativo di Google ora siamo di fronte all’annuncio. E non è poco.

Riflessione sui sistemi operativi: parte uno

Da un paio d’anni sto riflettendo su hardware e sistemi operativi molto più che in passato: il motivo è il desiderio di comprarmi un Mac, cosa che non è ancora diventata realtà in parte perché l’acquisto avrebbe minacciato il mio precario bilancio economico, ed in parte per la riflessione che ogni volta che ci penso riparte.

Ormai lavoro da tempo su sistemi Windows e a casa mi ritrovo poi a continuare ad utilizzare questo sistema operativo, anche per motivi di apprendimento, come nel caso di Vista, sistema operativo che utilizzo sul portatile sin dal rilascio: sul portatile il nuovo OS di casa Microsoft convive con una installazione di XP, che attende di essere ultimata e una installazione di Ubuntu, che uso un po’ per studiarlo, un po’ per una eventuale introduzione nella rete del luogo in cui lavoro.

Proprio questa configurazione mi fa spesso riflettere sul fatto che per buona parte del tempo “vivo” all’interno del browser, Firefox ovviamente, e che passare da Vista a Ubuntu non mi cambia granché per questo, visto che poi i due browser sono configurati in maniera identica.
Dopo aver fatto anche una prova di installazione di OSX, purtroppo senza riuscire a configurare la scheda di rete, mi sono chiesto per quale motivo acquistare ad esempio un Macbook, le cui caratteristiche tecniche sono pari a quelle di un portatile che costa almeno duecento euro di meno.

Sono state troppo rare le occasioni in cui ho potuto provare OSX, mai abbastanza per capire la differenza: un po’ come vedere una bella casa moderna, arredata con uno stile minimalista e con un gusto per il design di infrastrutture e arredi, fare un giro all’interno ma senza abitarci, senza poter capire se quello che consideri bello, di gusto, ha anche un valore aggiunto, qualcosa che sia realmente diverso da quello che lasci alle spalle.
Gli utilizzatori di Apple che conosco parlano di una esperienza di utilizzo sostanzialmente diversa: certamente se penso ai menù del pannello di controllo di Vista, nuovamente rivoluzionati dopo XP, mi rendo conto che alla Microsoft sanno bene come farsi odiare dai propri utenti.

L’aspetto emozionale, che comprende anche il piacere dell’occhio, ha sicuramente un aspetto rilevante in tutto questo, ma è difficile apprezzare quanto, indipendentemente dagli aspetti più propriamente tecnici.
Così ho buttato giù al volo queste righe, pensando che forse qualcun’altro si è posto le stesse domande e forse qualche risposta l’ha già trovata.