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Gran Torino (lettera di un operaio Fiat a Marchionne)

Premessa. Avrei voluto scrivere diverse cose sulla Fiat, su Pomigliano, sulla decisione di Marchionne di spostare parte della produzione italiana in Serbia.
Ho cominciato, mi sono incazzato più di quanto lo ero prima e alla fine quello che avevo scritto era servito in sostanza solo a me.

Poi ho letto questa lettera di un dipendente della Fiat che ha scritto a Sergio Marchionne. Le sue parole valgono cento, mille volte quello che è stato detto o scritto da qualsiasi esponente della sinistra italiana.

Cristian

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Caro Sergio, Non posso nascondere l’emozione provata quando ho trovato la sua missiva, ho pensato fosse la comunicazione di un nuovo periodo di cassa integrazione e invece era la lettera del «padrone», anzi, chiedo scusa: la lettera di un collega.

Ho scoperto che abbiamo anche una cosa in comune, siamo nati entrambi in Italia. Mi trova d’accordo quando dice che ci troviamo in una situazione molto delicata e che molte famiglie sentono di più il peso della crisi. Aggiungerei però che sono le famiglie degli operai, magari quelle monoreddito, a pagare lo scotto maggiore, non la sua famiglia. Io conosco la situazione più da vicino e, a differenza sua, ho molti amici che a causa dei licenziamenti, dei mancati rinnovi contrattuali o della cassa integrazione faticano ad arrivare a fine mese. Ma non sono certo che lei afferri realmente cosa voglia dire.

Quel che è certo è che lei ha centrato il nocciolo della questione: il momento è delicato.
Quindi, che si fa? La sua risposta, mi spiace dirlo, non è quella che speravo. Lei sostiene che sia il caso di accettare «le regole del gioco» perché «non l’abbiamo scelte noi».
Chissà come sarebbe il nostro mondo se anche Rosa Lee Parks, Martin Luther King, Dante Di Nanni, Nelson Mandela, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, Emergency, Medici senza Frontiere e tutti i guerrieri del nonostante che tutti i giorni combattono regole ingiuste e discriminanti, avessero semplicemente chinato la testa, teorizzando che il razzismo, le dittature, la mafia o le guerre fossero semplicemente inevitabili, e che anziché combatterle sarebbe stato meglio assecondarle, adattarsi.

La regola che porta al profitto diminuendo i diritti dei lavoratori è una regola ingiusta e nel mio piccolo, io continuerò a crederlo e a oppormi.

Per quel che riguarda Pomigliano, le soluzioni che propone non mi convincono. Aumentare la competitività riducendo il benessere dei lavoratori è una soluzione in cui gli sforzi ricadono sugli operai.
Lei saprà meglio di me come gestire un’azienda, però quando parla di «anomalie» a Pomigliano, non posso non pensare che io non conoscerò l’alta finanza, ma probabilmente lei non ha la minima idea di cosa sia realmente, mi passi l’espressione, «faticare».

Non so se lei ha mai avuto la fortuna di entrare in una fonderia. Beh, io ci lavoro da 13 anni e mentre il telegiornale ci raccomanda di non uscire nelle ore più calde, io sono a diretto contatto con l’alluminio fuso e sudo da stare male.
Le posso garantire che è già tutto sufficientemente inumano. Costringere dei padri di famiglia ad accettare condizioni di lavoro ulteriormente degradanti, e quel che peggio svilenti della loro dignità di lavoratori, non è una strategia aziendale: è una scappatoia.

Ma parliamo ora di cose belle. Mi sono nuovamente emozionato quando nella lettera ci ringrazia per quello che abbiamo fatto dal 2004 ad oggi, d’altronde come lei stesso dice «la forza di un’ organizzazione non arriva da nessuna altra parte se non dalle persone che ci lavorano».
Spero di non sembrarle venale se le dico che a una virile stretta di mano avrei preferito il Premio di risultato in busta paga oppure migliori condizioni di lavoro. Oppure poteva concedere il rinnovo del contratto a tutti i ragazzi assunti per due giorni oppure una settimana solo per far fronte ai picchi di produzione, sfruttati con l’illusione di un rinnovo e poi rispediti a casa. Lei dice che ci siete riconoscenti.

Ci sono molti modi di dimostrare riconoscenza. Perché se, come pubblicano i giornali, la Fiat ha avuto un utile di 113 milioni di euro, ci viene negato il Premio di produzione? Ma immagino che non sia il momento di chiedere. D’altronde dopo tanti anni ho imparato: quando l’azienda va male non è il momento di chiedere perché i conti vanno male e quando l’azienda guadagna non è il momento di fermarsi a chiedere, è il momento  di stringere i denti per continuare a far si che le cose vadano bene.

Lei vuole insegnarci che questa «è una sfida che si vince tutti insieme o tutti insieme si perde». Immagino che comprenda le mie difficoltà a credere che lei, io, i colleghi di Pomigliano e i milioni di operai che dipendono dalle sue decisioni, rischiamo alla pari. Se si perderà noi perderemo, lei invece prenderà il suo panfilo e insieme alla sua liquidazione a svariati zeri veleggerà verso nuovi lidi.
Noi tremeremo di paura pensando ai mutui e ai libri dei ragazzi, e accetteremo lavori con trattamenti ancora più più svilenti, perché quello che lei finge di non sapere, caro Sergio, è che quello che impone la Fiat, in Italia, viene poi adottato e imposto da ogni altro grande settore dell’industria.

Spero che queste righe scritte con il cuore non siano il sigillo della mia lettera di licenziamento. Solo negli ultimi tempi ho visto licenziare cinque miei colleghi perché non condividevano l’idea «dell’entità astratta, azienda». Ora chiudo, anche se scriverle è stato bello. Spererei davvero che quando mi chiede se per i miei figli e i miei nipoti vorrei un futuro migliore di questo, guardassimo tutti e due verso lo stesso futuro.
Temo invece che il futuro prospettato ai nostri figli sia un futuro fatto di iniquità, di ingiustizia e connotato da una profonda mancanza di umanità. (…) Un futuro in cui si devono accettare le regole, anche se ingiuste, perché non le abbiamo scelte noi. Sappia che non è così, lei può scegliere. Insieme, lei e noi possiamo cambiarle quelle regole, cambiarle davvero, anche se temo che non sia questo il suo obbiettivo (…).
A lei le cose vanno già molto bene così.

Sappia che non ha il mio appoggio e che continuerò ad impegnarmi perché un altro mondo sia possibile. Buon lavoro anche a lei.
Massimiliano Cassaro
24 luglio 2010

Perché sabato non sarò al ParmaWorkCamp

ParmaWorkCamp
Se potete venerdì e sabato andate al ParmaWorkCamp, per riflettere e capire come il lavoro, il mercato del lavoro e il web si incontrano, come il web cambia il modo di lavorare per molte persone e come il web possa aprire alcune possibilità.
A me ha sempre affascinato l’idea che per certi tipi di lavoro sia possibile lavorare da casa, senza doversi sorbire chilometri di spostamenti inutili ogni giorno: la realtà italiana è purtroppo ancora legata al concetto di sedia e scrivania (è chiaro che il metalmeccanico non lo puoi fare da casa via internet) e quando viene proposto siamo comunque sempre nei meandri del precariato.
Diverso il lavoro per i liberi professionisti che possono utilizzare questi strumenti innovativi per creare e gestire gruppi di lavoro a chilometri di distanza, anche dall’altra parte del globo.

E quindi perché non ci vado? Semplice, non puoi lasciare i bimbi a casa da soli e seguirli in VNC. E a tre anni è giusto andare al parco a giocare, invece che pensare al lavoro che non c’è e chissà se ci sarà.

Comunicazioni di fine 2007

Fine d’anno particolare per questo 2007.
Nell’ultimo mese molte persone con cui ho contatti frequenti grazie alla rete mi hanno chiesto che fine avessi fatto: numero ridottissimo di messaggi su Twitter, aggiornamenti sporadici del mio blog, il numero più basso di post scritti su Downloadblog dall’agosto 2005.

Il mio aggregatore segna ormai oltre duemila post ancora da leggere (ma in questi ci sono anche fotografie, podcast, torrent, e altro): meno tempo per la ricerca di cose interessanti che vadano oltre quello che tutti i maggiori blog si rimpallano.

In questo dicembre sono passato dal rischio di rimanere senza lavoro ad un dilemma tra due possibili scelte: alla fine mi si è presentata una terza scelta, quella che in realtà sembrava allontanarsi.
Il rinnovo di contratto presso il Comune dove lavoro come sistemista informatico era indubbiamente il più vantaggioso in termini di stabilità e possibilità di chiedere un eventuale mutuo o finanziamento (capirete più avanti perché questo secondo punto).
Diciamo che sono stato vicino a far diventare quello che per ora è un passatempo impegnativo, un vero lavoro: scrivere di informatica e di internet è qualcosa che avrei fatto volentieri, da casa e con una indipendenza notevole. Ma con un contratto a progetto.
Purtroppo non ho vent’anni, ho una famiglia a cui pensare e pur avendo approfondito con alcuni amici la situazione (Luca, Nicola, grazie!) e i suoi possibili sviluppi, mi sono reso conto che non potevo rischiare così tanto in questo momento. Lo dico con un po’ di rammarico.

Questo perché proprio nel momento della scelta mi sono trovato a dover iniziare a cercare una nuova casa, da affittare o da acquistare (eh, con quali soldi??!?).

Quindi tra queste cose, gli impegni in provincia per il bilancio, e qualche lavoro extra, la mia presenza in rete è stata garantita dal mio pc attraccato per 24 ore al giorno in una certa baia svedese.

Basta, per l’anno prossimo cercherò di non ammorbarvi ancora con questioni personali.
Ma si sa che le promesse non sono sempre facili da mantenere.

Buon anno.

La presenza fisica nel mondo dello Human Network..

In questo periodo di incertezze su futuro lavorativo ho ricevuto qualche proposta interessante, ma che purtroppo avevano tutte lo stesso problema.

Mi risulta piuttosto incomprensibile come in un lavoro che richiede di occuparsi di internet, dei suoi contenuti e dei suoi strumenti, quelli che permettono di lavorare e comunicare a distanza, quelli che in sostanza creano quello “human network” assunto a slogan da Cisco, sia ancora così fondamentale la presenza fissa in un ufficio a quasi 400 km da casa mia.

Quindi ho declinato le offerte, le ho lasciate scorrere.
Sinceramente non avrei voglia attendere di conoscere il destino del precario come tanti altri; preferirei muovermi in anticipo.
Poi penso all’affitto, alle bollette, alle responsabilità che ti dà una famiglia: non si può giocare alla roulette su queste cose.

Mente locale di un precario con la luna storta

Sono a casa, almeno fino al 15 di gennaio, pare..questioni burocratiche non permettono di rinnovarmi il contratto di lavoro, probabilmente come succede per tanti precari che lavorano con la pubblica amministrazione. Si chiama “esercizio provvisorio”, cioè quanto un bilancio, non approvato entro la fine dell’anno non permette di assegnare risorse per più di un dodicesimo dell’anno precedente. Quindi niente contratti di lavoro per i tempi determinati.
Un contratto tramite agenzia interinale (ho già fatto quasi tre anni di lavoro in questo modo) sarà forse necessario: probabilmente finchè i tempi tecnici permetteranno di siglare un contratto normale, certamente non più lungo di sei mesi.
Tanto oramai i finanziamenti li fanno a chiunque, basta che compri.

Le prospettive per il futuro, dove lavoro ora, sono difficili da capire: le decisioni sono in mano a diverse persone, da un lato c’è il bilancio, dall’altro il blocco delle assunzioni. E i precari nel mezzo, a fare invece un lavoro normale.
Prospettive, come si dice, “di carriera”, limitate: a loro serve un tecnico hardware e software che si occupi dei sistemi operativi. Punto. Ci sono comunque molti aspetti interessanti che affrontiamo, dal wireless, a diversi altri ambiti nel software e nelle infrastrutture di rete.
Sempre che il Comune non decida di esternalizzare il servizio.

Proprio in questi due giorni mi sono beccato tre punzecchiature: prima qualcuno mi ha fatto notare che probabilmente tutto il tempo che passo online per scrivere articoli non vale la candela. Mmmh. Poi un amico mi ha detto “ma quand’è che tutte queste conoscenze in ambito internet le metti a frutto per un pò di bizness?”. E due.
Un’ora fa ho ricevuto una telefonata per una offerta di lavoro: niente di particolare, un lavoro comunque di responsabilità tecnica in una piccola azienda. Per ora mi sono preso tempo per pensarci, ma probabilmente, conoscendomi, non richiamerò.

Intanto è ripartita la ricerca per una alternativa all’appartamento in cui abito. Non so se potrò rimanere qui dove abito ora, quindi ci muoviamo per tempo.
Va a finire che devo ricominciare a fare anche il pizzaiolo, altro che Barcamp.
p.s. volevo mettere una immagine in questo post, ma oggi la rete sembra andare come una 56k e mi sono stancato di aspettare. Oggi non mi gira..