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Per la macelleria alla scuola Diaz, nei giorni del G8 del 2001 a Genova assolti i vertici e puniti per finta gli esecutori.
Quando parliamo di forze dell’ordine, usiamo spesso l’espressione “le autorità”, però questa sentenza è come se dicesse che qualsiasi poliziotto agisce nella più totale libertà personale, che la scala gerarchica e di responsabilità è di fatto scritta solo sulla busta paga che attribuisce una scala di valore tra queste persone. Queste persone erano a Genova vestiti da poliziotti, ma avrebbero agito come semplici cittadini.

Quale autorità esprimono allora oggi i capi della Polizia, dei Carabinieri, delle forze dell’ordine? I vertici di fronte ai propri uomini che si comportano al di fuori degli ordini dovevano punirli, e poi dimettersi, perché incapaci di svolgere il proprio ruolo.
E’ questo che significa responsabilità. Sennò c’è un concorso di colpa, o per meglio dire, ci sono stati degli ordini, e sinceramente per come me la possiate raccontare, è questo che è successo.
Ricordatevi le parole di Cossiga degli ultimi giorni. E poi leggete cosa ha detto un anno fa uno dei poliziotti indagati.

Le parole di Marc Covell, il giornalista di Indymedia vengono dalla voce di chi è passato in quel tritacarne e ne è uscito quasi morto. Impunità è quello che rimane, la certezza che in Italia le forze dell’ordine possono picchiarti e torturarti: alla fine come al processo di Norimberga, i capi non saranno ritenuti responsabili e tutto è successo perchè qualche poliziotto ha calcato un po’ troppo la mano e il manganello.

Per i fatti di Genova si sperava che non finisse come in Cile: qui non c’erano solo i testimoni di quelle violenze, ma anche ore di filmati, fotografie, che hanno documentato a tutto il mondo quell’orrore.
Ed invece siamo ben lontani dalla democrazia con cui spesso ci riempiamo la bocca.
Ringrazio solo mia figlia, che rischiava di nascere in quei giorni, e che ha fatto sì che rimanessi a casa: il suo babbo oggi poteva non essere qui, oppure portare ancor oggi addosso i segni della violenza dello stato. Ma nell’animo non c’è differenza.


P.S. Il titolo l’ho preso dalla chiusura dell’editoriale di Marco Menduni sul Secolo XIX di Genova.

Birmania, sangue sulle strade

Guardo le immagini che ci arrivano dalla Birmania e penso di averle già viste, ma non in un altro paese in cui un colpo di stato dell’esercito reprime le proteste della popolazione.

Vedo la polizia armata, con caschi, scudi, manganelli, lacrimogeni, armi: carica, colpisce, punisce, uccide.
Vedo la polizia che attacca chi cerca di documentare quello che sta succedendo.

Ricordo Genova, e anche lì di fronte alla polizia armata c’era un popolo a mani nude, che chiedeva democrazia, pace, libertà.