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Domani aumenta l’IVA dal 20% al 21%. Un’altra promessa mantenuta da questo governo.

Nel 2001 a Genova si erano ritrovate tante voci per urlare al mondo che la globalizzazione dell’economia era la catastrofe più grande che stava accadendo, una evoluzione del sistema capitalistico che colpiva sempre più forte le classi più deboli.
Nel 2011 un manager di una grande azienda italiana dice che gli accordi precedenti non sono più validi, che questa azienda per continuare a produrre in Italia non deve sottostare ad accordi con i lavoratori. O così o si va a produrre altrove. I diritti, insomma, possono essere barattati con la continuità del lavoro.

La globalizzazione è partita dai paesi più ricchi, ha fatto il giro del mondo e poi è arrivata fino a noi. Prima sono arrivate le masse di migranti, in cerca di un lavoro e di quel futuro che nel proprio paese gli era precluso. Ve la ricordate la storia dell’idraulico polacco?

Nel 2001 chiedevamo a gran voce che quei diritti che avevamo noi fossero estesi anche a chi non ne aveva e per questo veniva sfruttato per produrre a basso costo. Visto che quel costo probabilmente non si può ridurre più di così, senza che anche i più idioti riconoscano quello uno stato di schiavitù, quei diritti conquistati dalle lotte dei lavoratori degli anni passati sono diventati ingombranti, e così per ridurre quei costi di produzione arriva la minaccia.

La crisi del sistema economico mondiale doveva essere l’esempio in grado di far aprire gli occhi a tutti, la rivelazione di un modello di vita che si basa sullo sfruttamento. Invece di essere l’occasione per una riforma del sistema, non dico di una rivoluzione, è diventato l’alibi per colpire tutto ciò che era stato conquistato.

La strategia è la stessa ogni volta: demonizzazione, attacco frontale ed estensione ad altri di queste condizioni. E’ iniziato con i lavoratori statali, poi è stato il turno della scuola, dell’università.
Ora è il turno del sistema industriale italiano, con il suo massimo rappresentante. Stessa strategia. Si diceva a Pomigliano che c’erano lavoratori che si mettevano in malattia il giorno delle partite di calcio, e quindi ecco un piano strategico per aumentare la produttività. Se accettavi lavoravi, sennò addio lavoro.
Ora quel piano si estende a tutti gli altri lavoratori degli altri stabilimenti italiani, e a breve anche altri imprenditori italiani si sentiranno liberi di prendere gli accordi precedenti e stracciarli, dicendo che i lavoratori dovranno accettare altre condizioni, o la fabbrica potrà benissimo andare a produrre in Serbia o in Romania.

C’è una soluzione? Dove sono i partiti di sinistra? E’ davvero finita l’epoca delle ideologie?
Ma soprattuto, ai lavoratori italiani va bene così? Forse sì, finché il fuoco non inizierà a bruciare anche sotto i loro piedi.

Photo by http://www.flickr.com/photos/wmjas/Questo un articolo dell’ANSA di oggi, 6 dicembre 2010.

”Chi punta a governare stia attento alle mafie”. Sono parole del giudice Piergiorgio Morosini, nato a Cattolica ma da 16 anni a Palermo. Il magistrato in un’intervista afferma che ”a Rimini c’e’ un crescente riciclaggio di proventi illegali delle attivita’ mafiose, molto piu’ di Palermo, Enna o Agrigento”.

Morosini poi aggiunge: ”I politici hanno una grande responsabilita’ nelle mani. Mi piacerebbe sapere cosa propongono i candidati alle elezioni per fronteggiare il riciclaggio di denaro sporco”.

Se ne parlava già anni fa, e quando ne parlammo in consiglio provinciale, tutti si affrettarono a smentire, dicendo che volevamo screditare il buon nome degli imprenditori riminesi.