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Piccoli editoriali scritti con tanto ego..;)

2001-2011 Globalization tour

Nel 2001 a Genova si erano ritrovate tante voci per urlare al mondo che la globalizzazione dell’economia era la catastrofe più grande che stava accadendo, una evoluzione del sistema capitalistico che colpiva sempre più forte le classi più deboli.
Nel 2011 un manager di una grande azienda italiana dice che gli accordi precedenti non sono più validi, che questa azienda per continuare a produrre in Italia non deve sottostare ad accordi con i lavoratori. O così o si va a produrre altrove. I diritti, insomma, possono essere barattati con la continuità del lavoro.

La globalizzazione è partita dai paesi più ricchi, ha fatto il giro del mondo e poi è arrivata fino a noi. Prima sono arrivate le masse di migranti, in cerca di un lavoro e di quel futuro che nel proprio paese gli era precluso. Ve la ricordate la storia dell’idraulico polacco?

Nel 2001 chiedevamo a gran voce che quei diritti che avevamo noi fossero estesi anche a chi non ne aveva e per questo veniva sfruttato per produrre a basso costo. Visto che quel costo probabilmente non si può ridurre più di così, senza che anche i più idioti riconoscano quello uno stato di schiavitù, quei diritti conquistati dalle lotte dei lavoratori degli anni passati sono diventati ingombranti, e così per ridurre quei costi di produzione arriva la minaccia.

La crisi del sistema economico mondiale doveva essere l’esempio in grado di far aprire gli occhi a tutti, la rivelazione di un modello di vita che si basa sullo sfruttamento. Invece di essere l’occasione per una riforma del sistema, non dico di una rivoluzione, è diventato l’alibi per colpire tutto ciò che era stato conquistato.

La strategia è la stessa ogni volta: demonizzazione, attacco frontale ed estensione ad altri di queste condizioni. E’ iniziato con i lavoratori statali, poi è stato il turno della scuola, dell’università.
Ora è il turno del sistema industriale italiano, con il suo massimo rappresentante. Stessa strategia. Si diceva a Pomigliano che c’erano lavoratori che si mettevano in malattia il giorno delle partite di calcio, e quindi ecco un piano strategico per aumentare la produttività. Se accettavi lavoravi, sennò addio lavoro.
Ora quel piano si estende a tutti gli altri lavoratori degli altri stabilimenti italiani, e a breve anche altri imprenditori italiani si sentiranno liberi di prendere gli accordi precedenti e stracciarli, dicendo che i lavoratori dovranno accettare altre condizioni, o la fabbrica potrà benissimo andare a produrre in Serbia o in Romania.

C’è una soluzione? Dove sono i partiti di sinistra? E’ davvero finita l’epoca delle ideologie?
Ma soprattuto, ai lavoratori italiani va bene così? Forse sì, finché il fuoco non inizierà a bruciare anche sotto i loro piedi.

Mafia a Rimini? No, impossibboli.

Photo by http://www.flickr.com/photos/wmjas/Questo un articolo dell’ANSA di oggi, 6 dicembre 2010.

”Chi punta a governare stia attento alle mafie”. Sono parole del giudice Piergiorgio Morosini, nato a Cattolica ma da 16 anni a Palermo. Il magistrato in un’intervista afferma che ”a Rimini c’e’ un crescente riciclaggio di proventi illegali delle attivita’ mafiose, molto piu’ di Palermo, Enna o Agrigento”.

Morosini poi aggiunge: ”I politici hanno una grande responsabilita’ nelle mani. Mi piacerebbe sapere cosa propongono i candidati alle elezioni per fronteggiare il riciclaggio di denaro sporco”.

Se ne parlava già anni fa, e quando ne parlammo in consiglio provinciale, tutti si affrettarono a smentire, dicendo che volevamo screditare il buon nome degli imprenditori riminesi.

No alla condanna a morte. Anche per Sakineh.

Che differenza c’è tra Sakineh e una persona condannata a morte in USA, in Cina, in Arabia Saudita, in Libia o nei circa cinquanta stati in cui è ancora in vigore?

In America hanno condannato quindici persone nell’anno in corso, eppure lo stato italiano non ha messo nessuno striscione in proposito sui balconi dei propri edifici; il numero delle persone condannate a morte ogni anno in Cina è probabilmente sottostimato, ma neanche in questo caso abbiamo visto reazioni forti dello stato italiano.

Non parliamo poi della discrepanza tra l’accoglienza riservata al colonnello Gheddafi e la situazione dei diritti umani in Libia, dove diciotto persone sono state fucilate nel maggio scorso.

Occorre fare quanto più possibile per evitare che una persona venga condannata a morte, in qualsiasi stato del mondo.
Come spesso accade, però, ci si ricorda di queste notizie solo quando serve: forse, speriamo, Sakineh verrà salvata dagli occhi che ora sono puntati sull’Iran.

Gran Torino (lettera di un operaio Fiat a Marchionne)

Premessa. Avrei voluto scrivere diverse cose sulla Fiat, su Pomigliano, sulla decisione di Marchionne di spostare parte della produzione italiana in Serbia.
Ho cominciato, mi sono incazzato più di quanto lo ero prima e alla fine quello che avevo scritto era servito in sostanza solo a me.

Poi ho letto questa lettera di un dipendente della Fiat che ha scritto a Sergio Marchionne. Le sue parole valgono cento, mille volte quello che è stato detto o scritto da qualsiasi esponente della sinistra italiana.

Cristian

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Caro Sergio, Non posso nascondere l’emozione provata quando ho trovato la sua missiva, ho pensato fosse la comunicazione di un nuovo periodo di cassa integrazione e invece era la lettera del «padrone», anzi, chiedo scusa: la lettera di un collega.

Ho scoperto che abbiamo anche una cosa in comune, siamo nati entrambi in Italia. Mi trova d’accordo quando dice che ci troviamo in una situazione molto delicata e che molte famiglie sentono di più il peso della crisi. Aggiungerei però che sono le famiglie degli operai, magari quelle monoreddito, a pagare lo scotto maggiore, non la sua famiglia. Io conosco la situazione più da vicino e, a differenza sua, ho molti amici che a causa dei licenziamenti, dei mancati rinnovi contrattuali o della cassa integrazione faticano ad arrivare a fine mese. Ma non sono certo che lei afferri realmente cosa voglia dire.

Quel che è certo è che lei ha centrato il nocciolo della questione: il momento è delicato.
Quindi, che si fa? La sua risposta, mi spiace dirlo, non è quella che speravo. Lei sostiene che sia il caso di accettare «le regole del gioco» perché «non l’abbiamo scelte noi».
Chissà come sarebbe il nostro mondo se anche Rosa Lee Parks, Martin Luther King, Dante Di Nanni, Nelson Mandela, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, Emergency, Medici senza Frontiere e tutti i guerrieri del nonostante che tutti i giorni combattono regole ingiuste e discriminanti, avessero semplicemente chinato la testa, teorizzando che il razzismo, le dittature, la mafia o le guerre fossero semplicemente inevitabili, e che anziché combatterle sarebbe stato meglio assecondarle, adattarsi.

La regola che porta al profitto diminuendo i diritti dei lavoratori è una regola ingiusta e nel mio piccolo, io continuerò a crederlo e a oppormi.

Per quel che riguarda Pomigliano, le soluzioni che propone non mi convincono. Aumentare la competitività riducendo il benessere dei lavoratori è una soluzione in cui gli sforzi ricadono sugli operai.
Lei saprà meglio di me come gestire un’azienda, però quando parla di «anomalie» a Pomigliano, non posso non pensare che io non conoscerò l’alta finanza, ma probabilmente lei non ha la minima idea di cosa sia realmente, mi passi l’espressione, «faticare».

Non so se lei ha mai avuto la fortuna di entrare in una fonderia. Beh, io ci lavoro da 13 anni e mentre il telegiornale ci raccomanda di non uscire nelle ore più calde, io sono a diretto contatto con l’alluminio fuso e sudo da stare male.
Le posso garantire che è già tutto sufficientemente inumano. Costringere dei padri di famiglia ad accettare condizioni di lavoro ulteriormente degradanti, e quel che peggio svilenti della loro dignità di lavoratori, non è una strategia aziendale: è una scappatoia.

Ma parliamo ora di cose belle. Mi sono nuovamente emozionato quando nella lettera ci ringrazia per quello che abbiamo fatto dal 2004 ad oggi, d’altronde come lei stesso dice «la forza di un’ organizzazione non arriva da nessuna altra parte se non dalle persone che ci lavorano».
Spero di non sembrarle venale se le dico che a una virile stretta di mano avrei preferito il Premio di risultato in busta paga oppure migliori condizioni di lavoro. Oppure poteva concedere il rinnovo del contratto a tutti i ragazzi assunti per due giorni oppure una settimana solo per far fronte ai picchi di produzione, sfruttati con l’illusione di un rinnovo e poi rispediti a casa. Lei dice che ci siete riconoscenti.

Ci sono molti modi di dimostrare riconoscenza. Perché se, come pubblicano i giornali, la Fiat ha avuto un utile di 113 milioni di euro, ci viene negato il Premio di produzione? Ma immagino che non sia il momento di chiedere. D’altronde dopo tanti anni ho imparato: quando l’azienda va male non è il momento di chiedere perché i conti vanno male e quando l’azienda guadagna non è il momento di fermarsi a chiedere, è il momento  di stringere i denti per continuare a far si che le cose vadano bene.

Lei vuole insegnarci che questa «è una sfida che si vince tutti insieme o tutti insieme si perde». Immagino che comprenda le mie difficoltà a credere che lei, io, i colleghi di Pomigliano e i milioni di operai che dipendono dalle sue decisioni, rischiamo alla pari. Se si perderà noi perderemo, lei invece prenderà il suo panfilo e insieme alla sua liquidazione a svariati zeri veleggerà verso nuovi lidi.
Noi tremeremo di paura pensando ai mutui e ai libri dei ragazzi, e accetteremo lavori con trattamenti ancora più più svilenti, perché quello che lei finge di non sapere, caro Sergio, è che quello che impone la Fiat, in Italia, viene poi adottato e imposto da ogni altro grande settore dell’industria.

Spero che queste righe scritte con il cuore non siano il sigillo della mia lettera di licenziamento. Solo negli ultimi tempi ho visto licenziare cinque miei colleghi perché non condividevano l’idea «dell’entità astratta, azienda». Ora chiudo, anche se scriverle è stato bello. Spererei davvero che quando mi chiede se per i miei figli e i miei nipoti vorrei un futuro migliore di questo, guardassimo tutti e due verso lo stesso futuro.
Temo invece che il futuro prospettato ai nostri figli sia un futuro fatto di iniquità, di ingiustizia e connotato da una profonda mancanza di umanità. (…) Un futuro in cui si devono accettare le regole, anche se ingiuste, perché non le abbiamo scelte noi. Sappia che non è così, lei può scegliere. Insieme, lei e noi possiamo cambiarle quelle regole, cambiarle davvero, anche se temo che non sia questo il suo obbiettivo (…).
A lei le cose vanno già molto bene così.

Sappia che non ha il mio appoggio e che continuerò ad impegnarmi perché un altro mondo sia possibile. Buon lavoro anche a lei.
Massimiliano Cassaro
24 luglio 2010

Un altro caffè. Amaro.

C’è di che essere preoccupati ed invece la stragrande maggioranza degli italiani non ne sa un cazzo.

Compri un hard disk, una pendrive, un media center con hard disk, uno smartphone, una scheda di memoria, e paghi una tassa per ogni megabyte, in quanto si dà per scontato che userai quello spazio per memorizzare materiale coperto da copyright ottenuto illecitamente. Una tassa come risarcimento ai produttori musicali e cinematografici.

Ora la Federazione italiana degli editori chiede una mini tassa transitoria, “un caffè al mese” a chi naviga, perché informandosi sul web toglie risorse all’editoria.

foto di jeff wilcox

Transitoria come le tasse per la guerra in Abissinia o per il terremoto dell’Irpinia?
La follia è che se io utilizzassi internet solo per leggere siti in lingua inglese o francese, dovrei comunque dare dei soldi all’editoria italiana. La battuta sull’uso dei motori di ricerca di Malinconico è realmente triste e dimostra che non solo che non sia capace di leggere quanto dice ad esempio Murdoch, ma che non ha neanche mai usato Google News, che in pratica è una vetrina per i giornali online.