Ieri sera sono andato a vedere Toy Story 3 con Monica e Sara. Sorvolando sul fatto che il 3d non aggiunge nulla se non il fastidio di tenere quegli occhiali che tolgono molta luminosità al film, il mio giudizio è estremamente positivo, Pixar ha fatto nuovamente centro.

Ammetto senza vergogna che in un paio di scene mi sono scese le lacrime, occasione in cui gli occhiali mantengono la privacy delle proprie emozioni.
Mentre tornavamo a casa ho ripensato alle mie cose che erano finite in soffitta della vecchia casa dove sono cresciuto:

  • un bidone di cartone tondo del detersivo pieno di costruzioni non-Lego: sparito, rapinato dai cugini
  • uno scatolone enorme pieno di numeri di Topolino: venne aperto da non so chi, cercando non so cosa, lasciato aperto e riempito di cacca dai piccioni. Non immaginate quando anni dopo sono andato a cercarli la rabbia che ho provato di fronte a quello scempio.
  • uno scatolone di macchinine di metallo (tra cui una Ferrari 126CK in scala 1/24, il mio tesoro e una moto da cross Yamaha YZ a cui avevo modificato il forcellone con degli elastici per creare una sorta di ammortizzazione), robot e astronavi di plastica: sparito.
  • un piccolo biliardino di plastica con il piano di formica che si era imbarcato subito, rendendo possibile la pratica sconosciuta del tunnel a centrocampo.

Non so cos’altro sia rimasto lassù, nella vecchia casa dei nonni dove ho abitato fino a vent’anni. Ricordo solo che quando mi sono trasferito e ho cercato cose, che avevo messo lì pensando di saperle comunque al sicuro, ho sentito come se qualcuno avesse rubato una parte della mia infanza, legata morbosamente a quegli oggetti con cui avevo passato del tempo.

Alcuni giochi ricordo che in soffitta non ci sono mai arrivati, in quando hanno trovato la via del bidone quando neanche la colla e il nastro isolante riuscivano più a tenerli insieme.
Di tutto quello mi sono rimaste le cose più recenti, ovvero il Commodore 64, con relativi nastri e floppy disk, l’Amiga 500 e tutti gli altri fumetti, ma qui siamo già troppo avanti con l’età.

Di quel periodo dell’infanzia non mi è rimasto nulla. Nulla, forse anche perché rispetto alle mie figlie non avevo così tanti giocattoli e il tempo lo passavamo di fuori a giocare con quello che c’era, a costruire oggetti improbabili con legno, chiodi e spago, a scorrazzare in bici tra i campi, a guardare Goldrake in tv e a fare tarzan nel pagliaio con una corda legata a dieci metri d’altezza, legata ad una trave quando il pagliaio era pieno fino al tetto.

Ho cercato di andare indietro nel tempo per ricordarmi cosa facevo quando ero piccolo, a cosa giocavo, come passavo i miei pomeriggi e ho sentito come un vuoto, un periodo della mia vita di cui non ricordo che episodi, frammenti come fotografie di istanti che dovrebbero ricostruire il periodo della vita che dovremmo ricordare come il più felice.


(l’immagine fa parte del color script preparatorio di Toy Story 3 realizzato da Daisuke “Dice” Tsutsumi, illustratore ed animation artist, nonché art director della Pixar)

3 pensieri su “Una storia di giocattoli

  1. Uno scatolone di Lego, come quelle che c'erano una volta, grezze, semplici. Forse ce l'ha mia mamma, da qualche parte. E qualche modellino di macchinina.

    Io dormivo con uno Yoghi di pezza, ma è sparito chissà quanto tempo fa…

  2. Che bello, Cristian. Anch'io dei miei giocattoli da bambina non ho praticamente più nulla. Li tenevo nella casa in campagna, e una zia, senza dirmi nulla, li ha poco per volta regalati tutti ai figli e nipoti delle sue amiche (che ovviamente li schifavano, preferendo quelli moderni loro). Quando l'ho scoperto ci sono rimasta malissimo (e mica gliel'ho ancora perdonato)

  3. Grazie Placida Signora. Comincio ad odiarli quelli della Pixar, troppa introspezione. Se non altro si spende meno che da uno psicoterapeuta.
    Ogni volta che facciamo un po' di pulizia sto ben attento a non regalare all'asilo libri o giochi a cui Sara e Sofia tengono particolarmente o con cui hanno giocato molto. Devo dire che loro hanno una quantità di roba (soprattutto i regali delle nonne) tale per cui passano velocemente da un gioco ad un altro per poi stufarsi, e non è facile vedere l'attaccamento per un gioco in particolare.

    Devo dire però che Sofia è molto contenta di giocare con alcuni suoi giochi e libri che abbiamo donato alla scuola materna dove va lei.

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