La notizia della sentenza della corte di Strasburgo invece di portare ad una riflessione ha subito portato gli ambienti religiosi e politici ad una levata di scudi.
Eppure la sentenza solleva una questione che in altri stati nessuno si sogna di porre, cioè la reale laicità dello Stato.
La prima giustificazione alla presenza del crocefisso nelle scuole, e non dimentichiamocelo anche negli ospedali, viene giustificato non tanto dagli accordi tra Stato Italiano e Chiesa ma dal fatto che quel simbolo fa parte della nostra cultura, dal fatto che è un simbolo di amore.
Si arriva a dire che rappresenta una delle fondamenta dell’Europa, dimenticandosi però che in nessun altro stato europeo il crocifisso viene esposto nelle scuole in maniera obbligatoria manco fosse un estintore.
Lo dico subito, non credo in un dio e soprattutto non credo nella Chiesa, che altro non è che un centro di potere, a parte gli sforzi di tanti uomini e donne che sotto questo ombrello cercano di porre un freno alle ingiustizie del capitalismo.
Stamattina ho ascoltato alcuni commenti dei giornali a Prima Pagina su Radio3. Quello di Feltri è veramente il delirio di un figlio drogato, come diceva Montanelli: dire che alla rimozione dei crocifissi deve seguire la rimozione di campanili, chiese, croce rossa, togliere dai libri di italiano e storia centinaia di pagine è pura follia da bar vomitata per coprire quella che è una anomalia in uno stato laico.
Il crocifisso è parte della nostra cultura. Verissimo, in quanto quel piccolo stato nel centro dell’Italia, il Vaticano, è da sempre determinante nel tracciare gli equilibri di questo paese.
Rappresenta però una religione che si impone, non per legge scritta ma come dogma, a tutti, in uno stato che si definisce laico ma che poi ha una religione di stato: nelle scuole sin dalla scuola dell’infanzia inizia l’indottrinamento, fino alle scuole superiori, e non c’è alternativa vera, in quanto mancano spesso gli spazi e i docenti per fornire una attività alternativa quando c’è l’ora di religione. Le mie figlie spesso mi raccontano cose che possono aver sentito solo rimanendo in aula: non ho paura che ascoltino il catechismo mascherato che viene fatto in classe ma vorrei che un mio diritto fosse rispettato.
Non apriamo poi il discorso sugli insegnanti di religione nominati dalla curia e pagati dallo Stato e sui finanziamenti alle scuole private gestite dalla Chiesa.
Contrapporre la presenza del crocefisso alle altre religioni, dicendo con piglio leghista che chi viene nel nostro paese deve rispettare le nostre tradizioni si dimentica anche degli italiani a cui della chiesa e del cristianesimo non importa nulla, persone a cui dovrebbero essere garantiti gli stessi diritti e non dire “visto che non ve ne frega nulla, sopportate, tanto siete quattro gatti”.
Inoltre affermare “gli islamici nei loro paesi d’origine non rispettano questo diritto per i cattolici allo stesso modo” significa non tenere conto di due elementi: primo, in alcuni di questi stati la religione islamica è di Stato, e secondo, se ci professiamo come uno Stato in cui c’è maggiore democrazia e libertà non dovremmo imporre a tutti, oltretutto senza una legge scritta, il simbolo di una religione nei luoghi che siamo obbligati a frequentare (la scuola è obbligatoria mentre le camere degli ospedali le eviteremmo tutti volentieri ma a volte non è possibile).
Addirittura c’è chi provocatoriamente propone di togliere la foto del Presidente della Repubblica, in quanto offenderebbe il sentimento politico di alcuni. Tali baggianate sono la voce integralista di chi rifiuta la laicità dello Stato Italiano e di come il Vaticano sia influente negli ambienti politici.
Togliere i crocifissi dai muri di scuole e ospedali non significa, come titola la Padania, che moriremo tutti islamici. Al contrario lasciarli lì significa che siamo uno stato succube di una organizzazione religiosa che controlla direttamente e indirettamente un intero stato di 60 milioni di persone.
A questo punto se il crocifisso fa parte della nostra cultura, mettiamolo anche negli uffici comunali, nelle carceri (ah, no, lì ci sono già, ma di carità si è persa traccia da tempo), nelle prefetture, nelle aule di tribunale (ah, no, lì c’è già), e nei cessi pubblici, se ne esistono ancora.

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Grande! Se avessi un blog avrei scritto le stesse cose!!
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