Out of many, we are one

Non so quanto il nuovo presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, potrà cambiare il mondo.
Di certo viene dalla strada, ha lottato con i denti per arrivare lì, in quel posto dove la strada sembrava già spianata per l’ennesima puntata di una dinastia come quella dei Clinton. Oppure per un nuovo capitolo dell’oscura storia repubblicana, che forse ci avrebbe portato alla terza guerra mondiale (ve lo ricordate l’Iran?).
Spero che riesca a fare quanto ha detto, anche se dovrà lottare prima di tutto contro quelli della sua parte politica. Sarebbe una buona cosa per l’influenza che potrebbe avere su tutto il resto del mondo.

Piccolo parallelo con l’Italia: Barack Obama è giovane, afroamericano, non era certamente ricco o rappresentante di qualche grande azienda, è, per quel che ne sappiamo, una persona onesta; noi abbiamo un presidente vecchio, uno degli uomini più ricchi e potenti d’Italia, a capo di un impero mediatico ed economico, con conflitti d’interesse in svariati campi dell’economia, giudicato per diversi reati (per diversi di questi è stato prosciolto solo per decorrenza dei termini, da una sua legge accorciati), si circonda di uomini processati per collusioni con la mafia.

C’è da essere felici per questo evento, per quello che potenzialmente potrà fare e per le ricadute che queste azioni avranno, ma in Italia non c’è una reale possibilità per un cittadino qualunque di arrivare dove è arrivato Obama.
Non c’è attualmente nessun rappresentante dell’opposizione che sia in grado di suscitare la speranza di poter ribaltare questa situazione.
Lo dico a malincuore, soprattutto in un momento in cui i partiti comunisti in Italia sono al loro minimo storico. Non sono stati in grado (non siamo stati in grado) di controbattere alle offensive delle destre, non siamo stati in grado di parlare del comunismo e di come oggi quei principi su cui si basa sono indispensabili.

“reaffirm that fundamental truth—that out of many, we are one”

ha detto Obama nel suo primo discorso dopo il risultato elettorale.
Ho apprezzato quelle parole. La moltitudine. Obama non è comunista, ma sono quei principi ad essere importanti.
Unità, una parola che significa non lasciare indietro nessuno, ma non sto a menarvela sul capitalismo.
Diversamente da molti miei compagni io potrei lasciarmi alle spalle simboli come falce e martello, definizioni come comunismo, ma solo se questo servisse a far capire alle persone che comunque è di una svolta radicale quello di cui abbiamo bisogno.
Non si tratterebbe di buttare la propria storia, ma di renderla attuale. Sia chiaro, non come dice il Partito Democratico, nè come professa attualmente la sinistra arcobaleno, se ancora esiste.

Questa svolta non la porterà Obama, certo cambieranno molte cose (sempre che non lo facciano fuori), ma almeno di riflesso possiamo sperare di poter cambiare il paese attualmente più conservatore d’Europa.

2 pensieri su “Out of many, we are one

  1. E’ condivisibile quello che dici, la vittoria di Obama è un segno in controtendenza, un pugno allo stomaco per un paese come il nostro, tuttavia, per quanto mi riguarda, mi pare che non la si relativizzi abbastanza, che non si tenga conto dell’abisso politico-culturale in cui siamo precipitati. Se ci troviamo a gioire (io incluso) e a ipotizzare potenziali svolte significative da un liberal moderato temo che ne rimarremo delusi. Che il grande capitale si affidi (e non remi contro) ad un (presunto) uomo qualunque con corrispondente retorica sul sogno americano, ecc. mi pare perlomeno sospetto. O no?
    Il punto, inevaso, dal fatidico ’89, è che tipo di società vorremo “abitare” noi (comunisti, socialisti, anarchici, democratici spinti o in quialsiasi altro modo vogliamo definirci) e perchè non siamo grado di darne una qualche raffigurazione positiva. Se non piace la parola comunismo utilizziamone pure un’altra o tante altre, ma a cosa dovrebbe corrispondere concretamente?

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